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Vendere un’attività commerciale: quante tasse si pagano

Quando si decide di vendere un negozio, un bar o uno studio, la prima domanda riguarda di solito il prezzo. La seconda, spesso rimandata fino alla firma, riguarda le tasse: quanto resterà al venditore dopo aver pagato il fisco? La risposta dipende da tre elementi: il guadagno realizzato con la vendita, la forma giuridica dell’attività (ditta individuale o società) e da quanto tempo la si possiede. Conoscerli in anticipo permette di fissare un prezzo realistico ed evita sorprese l’anno successivo, al momento della dichiarazione dei redditi.

Le tasse si pagano sulla plusvalenza

Il fisco non tassa l’intero prezzo di vendita, ma solo il guadagno che ne deriva, la cosiddetta plusvalenza. Si calcola sottraendo dal prezzo incassato il costo fiscalmente riconosciuto dell’attività, cioè il valore dei beni ceduti al netto degli ammortamenti già dedotti negli anni. Dal prezzo si possono togliere anche le spese sostenute dal venditore per la cessione, come la perizia o la mediazione.

Facciamo un esempio. Un negozio avviato dieci anni fa ha arredi e attrezzature quasi del tutto ammortizzati, il cui valore residuo è di 10.000 euro. Se il titolare lo vende a 70.000 euro, la plusvalenza è di 60.000 euro: le imposte si calcolano su questa somma, non sull’intero prezzo.

Ditta individuale: tassazione ordinaria, rateale o separata

Per l’imprenditore individuale la plusvalenza è un reddito d’impresa e sconta l’Irpef. La legge prevede però tre possibilità:

  • Tassazione in un’unica soluzione: la plusvalenza si somma agli altri redditi dell’anno in cui avviene la vendita. È la strada più semplice, ma spesso la più costosa: un reddito elevato concentrato in un solo anno fa scattare gli scaglioni Irpef più alti.
  • Rateizzazione in cinque anni: se l’attività è posseduta da almeno tre anni, la plusvalenza può essere suddivisa in cinque quote annuali di pari importo. Questa possibilità, però, non spetta a chi vende la sua unica azienda e smette di fare l’imprenditore.
  • Tassazione separata: se l’attività è posseduta da più di cinque anni, si può optare per la tassazione separata. La plusvalenza viene tassata a parte, con l’aliquota media del contribuente negli ultimi due anni, senza sommarsi agli altri redditi. Per chi ha avuto redditi contenuti è spesso la soluzione più vantaggiosa.

Riprendendo l’esempio, con un’aliquota media del 25% le imposte sui 60.000 euro di plusvalenza sarebbero di circa 15.000 euro. Con la tassazione ordinaria, invece, una parte della plusvalenza ricadrebbe nello scaglione più alto, quello del 43%.

Snc, sas e srl: come cambiano le regole

Se l’attività fa capo a una società, il calcolo segue regole diverse:

  • Snc e sas: la plusvalenza concorre al reddito della società, che viene poi attribuito ai soci in proporzione alle quote e tassato insieme ai loro redditi personali.
  • Srl: la plusvalenza entra nel reddito della società ed è soggetta all’Ires del 24%. Se poi il ricavato viene distribuito ai soci come utili, su questi si applica un’ulteriore imposta del 26%.

Per le srl esiste anche un’alternativa alla vendita dell’azienda: la cessione delle quote. In questo caso a vendere non è la società ma i soci, che pagano un’imposta del 26% sul guadagno realizzato. La scelta tra le due strade dipende dai numeri e va valutata con il commercialista.

L’imposta di registro e chi la paga

La cessione di un’attività non è soggetta a Iva, ma all’imposta di registro. Di norma è a carico dell’acquirente ed è pari, in genere, al 3% del valore di avviamento, arredi e attrezzature; se nella vendita è compreso anche l’immobile, l’aliquota sale. Il valore indicato nell’atto, inoltre, non è definitivo: l’Agenzia delle Entrate può verificarlo e rettificarlo, ad esempio sulla base del volume d’affari degli ultimi anni. Venditore e acquirente, infine, sono obbligati in solido al pagamento: se chi compra non versa l’imposta, il fisco può chiederla anche a chi ha venduto. Per questo è bene indicare con chiarezza nel contratto chi se ne fa carico.

Cosa verificare prima di mettere in vendita

Chi intende vendere un’attività dovrebbe fare i conti con il fisco prima ancora di stabilire il prezzo. L’acquirente si può cercare attraverso i canali tradizionali, come commercialisti e agenzie, oppure pubblicando un annuncio su portali specializzati come Attivita24. In entrambi i casi è utile arrivare alla trattativa sapendo già quanto resterà al netto delle imposte. Tre aspetti, in particolare, vanno verificati:

  • Valore fiscale dell’attività: chiedere al commercialista il costo fiscalmente riconosciuto dei beni ceduti, così da calcolare in anticipo la plusvalenza.
  • Anni di possesso: superare la soglia dei tre o dei cinque anni può cambiare in modo significativo le imposte dovute. In alcuni casi conviene attendere qualche mese prima di vendere.
  • Debiti fiscali: l’acquirente può chiedere all’Agenzia delle Entrate un certificato sugli eventuali debiti tributari dell’attività. Se emergono pendenze, la trattativa si complica: meglio regolarizzarle prima.

Conclusioni

Non esiste un importo valido per tutti. La stessa attività, venduta allo stesso prezzo, può comportare imposte molto diverse a seconda della forma giuridica, degli anni di possesso e del regime di tassazione scelto. Fare questi calcoli con il commercialista prima di fissare il prezzo permette di sapere quanto resterà davvero e di affrontare la trattativa con maggiore sicurezza.

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